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Intervista

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Questa è la traduzione di un'intervista con il batterista Tré Cool effettuata nel 2004, quando la band si esibì nell'unica data tedesca dell'American Idiot Tour allo Zeche di Bochum

AN: Voi vivete a Oakland. Qual è la situazione politica locale?

Tré: Molto di sinistra. C’è una grande comunità gay/lesbica e anche una grande comunità afro-americana. La maggior parte della gente è afro-americana. Io faccio parte della minoranza bianca, ma in quanto punk, mi ci trovo a pennello. I punk sopravvivono ovunque, anche nel Bronx o a Brooklyn.

AN: Che differenza c’è, secondo te, tra la scena punk di 20 anni fa e quella di oggi?

Tré: È difficile. Vent’anni fa avevo solo 11 anni ed ero nella mia prima punk band, i Lookouts. Era una situazione difficile, avevamo pochi soldi e facevamo anche cose non necessariamente legali per ottenerli. Ma facevamo degli album. La mentalità era molto underground e fai-da-te. In quell’epoca, tutti parlavano di politica, ma nessuno riusciva a mai a guadagnare soldi con la musica. Noi siamo stati una delle prime band a fare un po’ di soldi come gruppo punk. Nel frattempo, per i ragazzi di oggi è diventato più un business. Pensano di dover trovare subito un contratto con un’etichetta discografica e andare in tournée per fare soldi, ma ai nostri tempi era l’ultima cosa a cui pensavamo. Il fatto che alla gente sia iniziata a piacere la nostra musica è stato quasi casuale. Ma invece di opporci a questo aspetto, abbiamo deciso di gettarci a capofitto e diventare la migliore rock band del mondo.

AN: Cos’ha detto la vostra casa discografica a proposito delle canzoni nuove?

 Tré: Adesso siamo al numero uno delle classifiche di tutto il mondo, cosa che immagino li renda piuttosto contenti. Altrimenti, non permettiamo loro di avere un’opinione. Siamo i Green Day. Siamo legati all’etichetta da molto tempo, e siamo rimasti a bordo anche quando ci sono stati cambiamenti nell’etichetta stessa o nelle persone che ci lavorano. A volte queste persone sapevano il fatto loro, altre volte no. Oggi sono molto contenti di noi.

AN: Suonerete l’album intero, oggi?

Tré: No, per ora lo abbiamo fatto solo a Los Angeles, New York, Chicago e Toronto. Ma quei concerti erano intitolati “I Green Day Suonano American Idiot”, c’era scritto anche sulla copertina. È stato molto divertente e credo che lo rifaremo. Magari alla Royal Albert Hall di Londra. Solo in luoghi molto prestigiosi, ma vedremo. Magari lo faremo anche da qualche altra parte in Europa. Oggi suoneremo solo circa metà dell’album.

AN: Secondo te, ogni canzone dell’album può fare storia a sé?

Tré: Sì, certo. Puoi avvicinarti a questo album partendo da qualsiasi canzone. È un po’ la linea temporale della vita del personaggio Jesus of Suburbia. Attraversa tutti gli stadi a partire dalla merdosa cittadina in cui nasce e cresce, passando dal momento in cui si distanzia dalla sua famiglia, dalla scuola e dalla religione, per poi andare nella grande città dove incontra gente che crede nelle stesse cose in cui crede lui. Poi dà di matto e inizia a fare baldoria e si immischia in manifestazioni politiche e guerriglie di strada. Si rende conto che nella sua vita manca qualcosa, ma poi incontra il personaggio di St. Jimmy, che da una parte è un grande, ma dall’altra ha delle idee molto pericolose e si rivela essere una pessima influenza. Porta la droga, il sesso e la violenza nella sua vita. Ma il nostro eroe continua a pensare che manchi qualcosa nella sua vita, quando incontra la ragazza perfetta. Ma rovina tutto e si ritrova di nuovo solo nella sua cittadina. Non è una storia a lieto fine, ma la possiamo riassumere così. In ogni caso, puoi entrare nella storia in qualsiasi punto. Personalmente, io sono nel capitolo St. Jimmy della mia vita. Questo è il mio stile di vita, ma in America c’è anche tanta gente che si arruola nell’esercito perché è interessata alle armi eccetera. Secondo me è un errore.

AN: Particolarmente in America…

Tré: Ma non è tutto. In questo momento, in America, molta gente sembra arruolarsi per motivi economici. La gente sembra non avere un futuro, a parte quello offerto loro dall’esercito.

AN: E molti di loro sono morti in Iraq.

Tré: Esatto, sono i primi a essere mandati laggiù. Tipo: Operazione Scudo Protettivo Umano. I ragazzi bianchi sono troppo importanti e non si beccano le pallottole.

AN: Voi suonereste in Irak, come hanno fatto i Blink 182?

Tré: No, non importa quello che hanno fatto loro. Sarebbe contrario a tutto ciò in cui crediamo. Non faremmo mai una cosa del genere. Sosteniamo già i ragazzi che sono laggiù nel senso che auguriamo loro il meglio possibile e speriamo che non impazziscano e uccidano qualcuno. Ma speriamo anche che quando torneranno a casa, avranno imparato qualcosa e guarderanno un po’ più a sinistra. Come mio papà, che è un veterano della guerra in Vietnam. Lo chiamarono alle armi, e poi ricevette una lettera con su scritto che poteva andare in Vietnam o in prigione. Questo lo ha marchiato per il resto della sua vita, nel senso che adesso ha dei problemi con la gente in generale. Vive da eremita con mia madre, nelle montagne. Lontano da tutti e da tutto, perché vuole solo essere lasciato in pace.

AN: Ma è orgoglioso della tua carriera?

Tré: Certo, è orgoglioso di me. Non è pazzo, ma ha tante cicatrici emotive. E qualcosa di simile accadrà a questi ragazzi in Irak, visto che è una situazione simile al Vietnam. Una guerra che non vale la pena combattere e che non abbiamo il diritto di combattere.


Un ringraziamento particolare a Torsten Pieske, moderatore dello show “Sonic” su Radio Powerwelle, per il suo aiuto durante questa intervista.